Quando si raggiunge il fondo inizia il cambiamento

February 18, 2009

sabrina liberatoscioli

Quando si raggiunge il fondo inizia veramente il momento del cambiamento. La destra pensa di aver vinto. Ora invece è l’ inizio della sua fine. Folle forse. Nel 1997 era folle pensare che il muro di Berlino sarebbe caduto. Nel 1997 era folle ed eretico pensare alla fine del capitalismo. Era già iniziata insieme al comunismo la sua fase di declino e decadenza. Era prevedibile perché avrebbe specularmente perso come il comunismo in quanto concepiti dallo stesso grembo della cultura totalitarista del XX° sec.

La fine di questa fase è iniziata prima dell’inizio del XXI.

Ed ora ci siamo! Le parole di Veltroni oggin sono state la sintesi chiara di ciò che già è iniziato e sta crescendo anche in Italia.

Il Cambiamento!

PS. Berlusconi lo ha capito e si è ‘urticato’.

La mia generazione

January 22, 2009

 

Sabrina Liberatoscioli

 

Oltre il passato ed il presente politico e civile, occorre porre lo sguardo e vivere nel futuro che possiamo già sentire nella pancia e nello spirito.

Tutto sta cambiando, è già in embrione e sta crescendo.  Molti già lo percepiscono e presto finalmente riuscirà a trovare una piena qualificazione ed identità.
Una identità già  forte, ma che ancora non si riesce a visualizzare.

Quello che sicuramente sappiamo è che vogliamo cambiare, con realismo, ma fortemente radicati nei nostri valori. Il cambiamento fa pochi sconti al passato.

Il compromesso, metodo dialettico di lavoro per l’assunzione delle decisioni e di perseguimento del giusto e della concordia è divenuto solo un obiettivo precostituito per perseguire e raggiungere mete già volontariamente prestabilite e sulle quali si basa la costruzione pregiudiziale di argomentazioni, dirette a dare solo legittimità formale alle proprie idee e molto più spesso a proprie meschinità di ricchezza materiale individuale.

A volte queste argomentazioni sono visibilmente retoriche.

A volte palesemente e falsamente retoriche.

La mia generazione è allenata alla comunicazione e più di chiunque altro ha fortemente automatizzato la capacità di percepire, con la pancia prima e l’intelletto poi, dove si riscontra una verosimile sincerità. E discernere dunque le falsità.

Il tempo del marketing è finito.

Questo è lo stato delle cose in cui versano una parte degli italiani che appartengono culturalmente ad un nuovo corso che stanno già singolarmente percorrendo, senza aver ancora acquisito quel senso di comunanza e condivisione di stato e pensiero.

Quando questo avverrà sarà una valanga inarrestabile.

Una piccola parte di questa Italia, invece, vuole solo conservare dei privilegi, spesso acquisiti con l’inganno e la furberia, parassiti improduttivi di questo paese che vorrebbero perpetuare questo sistema di demeriti che ha portato alla tragedia del nostro paese.

La crisi culturale, politica, economica e morale  dell’Italia non riguarda tutti gli italiani, ma sono una parte di loro: i mediocri.

Solo un mediocre può aver paura di un sistema efficiente basato sulla conoscenza, l’onestà, la trasparenza, la concorrenza e l’amore per il lavoro e la dignità umana.

Solo il mediocre ha paura. Semplicemente perché non sa ed ha occupato il suo tempo con superficialità, ozio, parassitismo ed ha allenato le sue cd. capacità intellettuali  solo per essere disonesto e mediocre.

L’esaltazione di questo modello negli ultimi anni e l’allineamento al basso con la contemporanea umiliazione  e disprezzo del lavoro, della serietà, della qualità e della passione della mia generazione ha portato al fallimento della comunità Italia.

Di questa Italia che la mia generazione non vuole e che vuole cambiare.

A chi dice che nulla cambia, si deve rispondere che evidentemente vuole che nulla cambi. E si può immaginare perché . . . cui prodest?

A chi giova questo immobilismo e conservazione di un sistema della volgarità e mediocrità?

Non ci sono steccati politici o partitici che tengano. La mediocrità è dovunque. E chi non la combatte o addirittura la esalta o la perdona con falso buonismo evidentemente ne è partecipe, favoreggiatore o beneficiario diretto. Nelle grandi come piccole cose.

Tutto può essere cambiato. La vita è fatta di scelte e sono le scelte che determinano un destino o un altro.

Il cambiamento non è che una delle opzioni che si ha davanti e che definisce il nostro futuro.

Ognuno di noi, nella sua verità, sa bene che la storia è piena di cambiamenti e che ciò si è verificato solo perché tante persone hanno creduto ed hanno scelto insieme di cambiare.

Cambiamenti spesso fisiologicamente ineluttabili. Di cui si è protagonisti anche senza chiedere di parteciparvi.

Ora è sicuramente venuto il momento di riprendersi il nostro futuro e fare in modo che coloro che hanno già ampiamente vissuto, dignitosamente, se ne sono capaci, tolgano il disturbo.

Perché è già tanto se non facciamo pagare loro il conto delle disgrazie nelle quali ci hanno lasciato.

(20/12/2008)

Nuovo Risorgimento

May 6, 2008

di sabrina liberatoscioli

L’umana storia circolarmente si ripete.
Non c’è ingiustizia che resti soffocata.
I governanti contemporanei dovrebber far tesoro di queste tanto errate considerazioni:

«Trovai tutti persuasi che la Giovine Italia era pazzia; pazzia le sette, pazzie il cospirare, pazzie le rivoluzioncine fatte sino a quel giorno, senza capo ne coda » (Massimo d’Azeglio, Degli ultimi casi di Romagna)

« Su queste classi [...] così fortemente interessate al mantenimento dell’ordine sociale le dottrine sovversive della Giovine Italia non hanno presa. Perciò ad eccezione dei giovani presso i quali l’esperienza non ha ancora modificate le dottrine assorbite nell’atmosfera eccitante della scuola, si può affermare che non esiste in Italia se non un piccolissimo numero di persone seriamente disposte a mettere in pratica i principi esaltati di una setta inasprita dalla sventura.» (Camillo Benso conte di Cavour, A. Gacino-Canina, Economisti del Risorgimento, UTET. Torino, 1953)

La reale forza del modello culturale nel cambiamento ed evoluzione politica della comunità e degli Stati ovvero l’Italia ‘canarino del minatore’

May 6, 2008

di sabrina liberatoscioli

L’Italia, dal punto di vista scientifico, costituisce un ottimo esempio di verifica di quanto sia molto più importante e determinante la cultura, nella modificazione del pensiero e nell’influenza, e, dunque, della politica di un paese. Gli ultimi 15-20 anni ne sono un prodotto sperimentale di notevole rilievo. L’uso dei media per la creazione e diffusione di un certo tipo di modello culturale, (particolarmente emblematico quello femminile) esprime semplicemente, senza alcuna valutazione e giudizio di merito, che le vere rivoluzioni si fanno non insistendo con azioni sul modello politico, ma inserendosi ed agendo in maniera forte e determinante nel settore culturale.
Che non è poi quella che viene correntemente identificata nella cd. cultura di avanguardia e di élite, ma quella della comunicazione semplificata e non per questo rozza e di bassi contenuti.
Il modello ideologico culturale che vi è dietro, infatti, è tutt’altro che rozzo, magari non condivisibile, ma altrettanto filosoficamente e tecnicamente elaborato, al pari di qualsiasi altro tipo di concezione culturale.
Semplicemente i fautori di tale modello hanno acquisito e capito la peculiarità e necessità di una sua semplificazione, per un suo efficace trasferimento e comunicazione.
La chiave di volta, probabilmente è nell’utilizzo di un vocabolario semplificato, non saccente ed umiliante l’interlocutore lettore o spettatore che più facilmente riesce a riconoscere se stesso ed accogliere un messaggio semplice e farlo proprio. Non si tratta solo di condivisione di valori, ma probabilmente anche ed in gran parte di idonea modalità di comunicazione degli stessi. Poiché la semplicità linguistica è notoriamente considerata più attendibile di verità.
In questi ultimi anni è dato rilevare, inoltre, quale tecnica di affermazione del modello culturale suddetto, una continua denigrazione e attacco di quella che costituisce il baluardo della cultura di un paese, quali gli intellettuali professionisti, magari tacciati di comunismo, al fine di emarginarli dalla popolazione, riuscendo per tale via ad evidenziare e realizzare quello che Gramsci e Pasolini, avevano paventato e rimproverato alla classe intellettuale italiana, troppo narcisa, snob ed immatura dal punto di vista civico, in quanto troppo distante, indifferente alle proprie responsabilità politiche e culturali e priva della necessaria umiltà dei grandi.
La questione è storicamente nota ed il rimprovero della ignavia della classe intellettuale italiana, salvo qualche eccezione di Don Chisciottiana maniera, è arcinota ed ancora oggi costituisce, effettivamente, la ragione primaria del fallimento dell’Italia rispetto agli altri paesi europei più evoluti e ricchi economicamente, socialmente e culturalmente.
Gli anni ottanta si erano posti, nuovamente, come possibilità per questo paese di fare il balzo definitivo ed entrare, una volta per tutte, nella cerchia degli eletti, poiché al progresso economico doveva corrispondere un investimento radicale sul piano dell’istruzione, della ricerca e della cultura in generale, al fine di favorire lo sviluppo definitivo del fattore umano, che poi è l’unico che permette ai paesi europei economicamente più sviluppati di mantenere ed accrescere la propria posizione di preminenza (vedi Germania o la emergente Spagna che ha fondato nella professionalizzazione intellettuale dei propri cittadini il suo progresso economico).
Ciò vale ancor più per il nostro paese che privo di ogni risorsa energetica ha raccolto nella storia i suoi più grandi onori proprio per l’eccellenza di alcuni illustri concittadini: è proprio il fattore umano, la creatività, la capacità di ricerca della soluzione impossibile, l’inventiva e l’elasticità mentale il fattore di maggiore ricchezza del nostro paese, oltre ed a pari grado, le sue risorse ambientali, naturali e culturali.
Ciò che era un opportunità di investimento enorme, negli anni ‘80, non è stato ed il nostro paese ha sprecato una grande possibilità, essendo il periodo delle ‘vacche grasse’ ormai svanito. In effetti, oggi è certamente più difficoltoso e faticoso riuscire ad affermare l’importanza e preminenza della questione culturale per il nostro sviluppo economico, essendo che oggi la maggioranza della popolazione è impegnata quotidianamente alla sua pur importante questione della sopravvivenza materiale.
D’altra parte gli Stati Uniti, rappresentano a tal proposito un altro esempio di rilievo, considerando che le jatture economiche e politiche, degli ultimi anni, di questo paese, derivano certo da scelte politiche interne ed internazionali sbagliate, ma soprattutto da un calo strepitoso di considerazione dei valori culturali che incarnano e costituiscono la carta d’identità dello stesso. A circa quattro anni dalla guerra in Iraq e otto dall’attacco delle Torri gemelle (che hanno posto in grave discussione e parzialmente macchiato o forse demolito il modello culturale americano) si può certamente affermare che il mito americano è, se non annullato, notevolmente sbiadito.[1] Non a caso nella stessa campagna elettorale americana per le presidenziali 2008, si pone grande attenzione, per il rilancio del paese, anche al recupero dei valori americani e del primato culturale nel mondo di tale paese.
Queste sintetiche considerazioni, non possono che determinare ad una conclusione fondamentale: la vera rivoluzione non è nell’azione materiale, ma solo nel quotidiano incidere sulla cultura, che attraverso l’amplificazione comunicativa dei media contemporanei, diviene il vero strumento politico di azione. Ciò è più vero soprattutto poiché i cambiamenti politici e di organizzazione di uno Stato avvengono non per l’azione di uno o un gruppo limitato di individui, ma solo quando una notevole parte della popolazione offre il suo sostegno manifestando la condivisione di quelle scelte politiche che nulla sono se non condivisione degli individui di un determinato modello culturale e di prospettiva e visione futura della comunità di cui fanno parte.
Quello che effettivamente, ad esempio in Italia, una parte della popolazione radicalmente non sopporta di Berlusconi e delle persone che si uniformano al modello da questi rappresentato, è conseguente a ragioni non strettamente correlate alle scelte politiche da questi realizzate, ma soprattutto e direi quasi esclusivamente da una profonda avversione e ribrezzo per il modello culturale di cui si è fatto responsabilmente e coscientemente promotore, (favorendone l’esacerbazione). Il suo consenso è costruito soprattutto sulla constatazione che buona parte della popolazione italiana presentava una predispozione abbastanza pronunciata a tale tipo di modello culturale che storicamente ed innegabilmente ha rappresentato da sempre un aspetto tipico della identità italiana (seppur in passato controllato attraverso una continua stigmatizzazione pubblica e culturale).
Un modello culturale certamente deleterio per lo sviluppo effettivo economico e sociale di una qualsiasi comunità organizzata: ci si riferisce essenzialmente allo scarso senso civico, forte egoismo ed ignoranza, individualismo esasperato che da sempre non hanno mai costituito il motore di avanzamento di un paese, ma semplicemente gli elementi di regresso forieri dei peggiori mali di uno Stato quali, in particolare, la corruzione, l’instabilità e scarsa pacificazione sociale che certo non favoriscono la ricchezza economica di una comunità.
I paesi economicamente avanzati come ad esempio la Germania o la Svezia, pur incorporando anche tali aspetti di regresso (propri dell’essere umano in sé), da sempre svolgono azioni culturali, politiche e legali di forte contenimento e stigmatizzazione di tale modello culturale, e correlativa esaltazione e, quindi, promozione sin dalla prima infanzia del modello culturale informato al senso del dovere reciproco, senso civico, responsabilità individuale e di solidarietà umana che deve permeare una comunità (e che comporta necessariamente a volte, per la sopravvivenza della stessa comunità, la preferenza del ‘comune’ a discapito dell’individuale).
Non ultimo, aspetto importante è, poi, l’esaltazione della cultura e della conoscenza e, dunque, del merito di coloro che partecipano e contribuiscono in maniera determinante alla ricchezza economica e agli onori del paese (probabilmente qui gioca molto anche l’adesione passata di tali paesi al Protestantesimo).
Queste riflessioni conducono ad una ulteriore e conseguente considerazione, ad esempio, relativamente alla questione ‘Cina’, diritti umani e democrazia. Più di ogni altra cosa può incidere ed influenzare il percorso di questo paese verso la democratizzazione ed il correlativo rispetto dei diritti umani, non tanto una condanna politica diretta, quanto una stigmatizzazione continua ed incessante, operata dagli Stati occidentali, del suo comportamento, attraverso la denigrazione di quel modello culturale e politico, totalmente tirannico sul piano umano e parzialmente democratico solo nelle questioni di mercato.
Questo è il mezzo attraverso il quale si può efficacemente svelare, dunque, come il valore individuo, che dall’Illuminismo costituisce il fondamento e la pietra angolare dell’attuale struttura politica ed organizzativa degli Stati più avanzati e della stessa comunità internazionale, non è affatto condiviso da questo Stato.
Certo nessuno è vergine da deviazioni, e sicuramente anche molti paesi occidentali si sono allontanati da questo modello culturale illuminista, facendo prevalere degli elementi strettamente denigratori e svilenti l’essere umano, derivanti dall’elevazione del ‘denaro’ a valore primario nella valutazione del tutto, ma è pur sempre vero che questo, ancora oggi, è il principio ‘faro’ di tali culture.
Non a caso esse sono entrate in crisi quando hanno deviato fortemente dal percorso di sviluppo del valore supremo dell’Uomo. Si consideri ad esempio il modello americano fortemente in crisi per l’esaltazione estrema del materialismo che ha dimenticato e svilito l’essenza capitale di tale modello culturale direttamente figlio dell’Illuminismo. La stessa guerra d’indipendenza americana e, dunque, la sua autodeterminazione come Stato e conseguente Costituzione sono il prodotto diretto dell’Illuminismo.
C’è a nostro modo di vedere, dunque una sola strada da ricominciare per lo sviluppo umano del mondo e dell’Italia che è quella di una rafforzata azione culturale alla quale è da riconoscersi il motore primario di ogni progresso e sviluppo politico.

D’altra parte ogni modificazione materiale della nostra realtà è diretta ed esclusiva conseguenza delle nostre scelte personali e, dunque, del pensiero e spirito umano. L’azione di cambiamento deve, dunque, agire principalmente sul pensiero e lo spirito dell’uomo per poter conseguire delle modificazioni concrete sul piano reale e materiale come, ad esempio, nell’organizzazione e nel governo di una comunità, tecnicamente indicata con il termine politica.

Non è il pensiero politico che guida quello culturale, ma è vero il probabilmente il contrario. Oggi più che mai in un sistema tecnicamente evoluto di comunicazione globale.
(14 aprile 2008)
[1] Jeremy Rifkin, The European Dream: How Europe’s Vision of the Future Is Quietly Eclipsing the American Dream, New York Tarcher , 2004.

Lo Stato ultima sponda nella reale difesa dei diritti e libertà dell’individuo

May 6, 2008

di sabrina liberatoscioli

È ormai leit motiv consumato l’affermazione secondo cui l’emersione dei diritti e le libertà dell’individuo costituisce chiaro sintomo e causa dell’erosione dello sovranità statale, ed in ultima ipotesi, dell’avvio della fine dello Stato.

In realtà, a nostro parere, troppo facilmente si trascura che lo Stato non costituisce esclusivamente un soggetto che si esprime autoritativamente nei confronti dei propri sudditi (come spesso la storia ci ha mostrato), ma che può rappresentare lo strumento di governo e modalità di organizzazione di una comunità di cittadini e, dunque, di difesa dell’interesse comune alla convivenza pacifica, allo sviluppo umano e dei diritti degli individui.

Non sembra che debba necessariamente rilevarsi una contrapposizione tra il fenomeno dell’emersione dei diritti umani e quello dell’evoluzione dello Stato che, nella nostra era globale, dovrebbe piuttosto procedere a quelle ristrutturazioni organizzative necessarie per rispondere alle sfide che le relazioni veloci economiche e sociali internazionali pongono alla comunità statale.

Lo Stato come strumento di servizio per il governo della comunità dei cittadini di un dato territorio, questa è l’evoluzione di quella che resta la più importante e necessaria forma di organizzazione umana.

La contestazione indiretta, e magari inconsapevole, dello Stato quale sistema di governo delle comunità territoriali, non sottolineando, in maniera chiara, quelle che sono solo degenerazioni di un sistema di governo, quale può essere l’autoritarismo grave che sfocia nella violazione dei più basilari diritti umani, non fa che favorire gratuitamente l’opera di abbattimento di una struttura già ampiamente sfigurata dall’attacco dei soggetti veramente interessati alla riduzione dello stesso ai minimi termini, in quanto unica ed ultima espressione della volontà dei cittadini: le entità economico-finanziarie transnazionali.

Per esse la struttura statale costituisce solo un ostacolo al loro libero procedere. Il pericolo grave che si realizza, nella critica aggressiva e violenta allo Stato è che ‘si rischia di buttare l’acqua sporca con il bambino’ ed a ciò non segua una pacifica anarchia, ma semplicemente il governo degli imperi finanziari e di singoli e gruppi privati di individui. Eric Hobswan nel suo recente discorso sulla fine dello Stato[1] evidenzia una concezione positiva dello Stato come un potere che esercita una funzione universale e che rappresenta un argine, certo non esente da critiche, allo strapotere della logica individualistica e particolaristica del profitto.

Anche se in Occidente, la democrazia non gode buona salute, perché ha meno pregi di quelli che solitamente le vengono attribuiti: ‘Oggi nella retorica pubblica occidentale si sentono più assurdità e sproloqui sulla democrazia’, afferma in modo poco rituale Eric Hobsbawm, ‘che su qualsiasi altro concetto o termine politico. Nella recente retorica statunitense, questa parola ha perso ogni contatto con la realtà.’ E la crisi della democrazia chiama in causa quella critica allo Stato basata su un laissez faire ultraradicale, secondo la quale il ruolo dello Stato deve essere ridimensionato a tutti i costi dando ancora più spazio al mercato. Si realizza così una confusione di ruoli tra lo Stato ed il mercato e l’ideale della sovranità del mercato che non è un complemento, bensì lo svuotamento della democrazia liberale. Il mercato non può considerarsi un’alternativa di governo, secondo Hobsbawm, a ogni sorta di politica, poiché non si basa su decisioni fondate sull’interesse comune, ma sulla somma di scelte, razionali o meno che siano, dei singoli individui che perseguono interessi personali. (sabrina liberatoscioli)


[1] Per considerazioni in tal senso si veda, in particolare, Hobswam E., La fine dello Stato, Rizzoli, 2007.

Hello world!

May 6, 2008

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